Mar. Apr 21st, 2026

Angine de Poitrine — Il caso musicale del momento

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Probabilmente il pubblico mainstream ancora non li conosce ma il fenomeno del duo canadese sta già scuotendo gli animi di diversi milioni di individui. Sono intervenuti già personaggi del calibro di Mike Portnoy, Rick Beato e anche il nostro Enrico Silvestrin non si è risparmiato nelle analisi.

Io la mia idea me la sono già fatta ascoltando il loro primo album e i due brani disponibili del nuovo lavoro in uscita il 3 aprile prossimo, qualche esibizione live e le loro pseudo-interviste. Ma andiamo con ordine.

Il gruppo nasce in un contesto live nel 2019. Gli viene chiesto di suonare in uno stesso locale a distanza di pochi giorni da un’esibizione con altri musicisti e, per evitare di essere riconosciuti come “quelli dell’altra sera”, decidono, in maniera più scherzosa che necessaria, di mascherarsi e rendersi irriconoscibili. Quello che nasceva come un gioco è diventato il loro marchio di fabbrica: costumi che ricoprono l’intero corpo, maschere sovradimensionate con un’unica fessura per gli occhi, nasi finti decisamente prominenti e una texture dominante con pois in bianco e nero. Anche le parti scoperte, mani e piedi, sono dipinte a pois come il costume. Dal mio punto di vista sono piuttosto inquietanti, quasi da thriller dalle atmosfere disturbanti dove in un circo abbandonato esce il pagliaccio di turno che ti accoltella. Un classico.

Attorno ai costumi inventano una serie di vaccate cosmiche per cui durante le interviste parlano una lingua incomprensibile, si fingono degli alieni, giocano con i dadi mentre ignorano il loro manager che conduce l’intervista al posto loro. Un gioco continuo insomma, una costruzione di un contesto carnevalesco attorno alla musica. Fin qui, niente di nuovo. Non sono i primi e non saranno gli ultimi. Sono scelte artistiche che si possono anche condividere e accompagnano in tono leggero una musica spesso complessa.

La musica? Beh, la musica è l’aspetto che più ci interessa, ovviamente. Cosa suonano? Sono bravi? Indubbiamente sono tecnicamente preparati, nulla da dire, e già suonare mascherati in quel modo, con la visibilità ridotta e l’ingombro dei costumi, è qualcosa di piuttosto difficile. Il fatto che siano in due un po’ complica le cose: uno suona la batteria e per forza di cose si deve occupare solo del suo strumento; l’altro è un po’ il MacGyver del gruppo, dovendo gestire chitarra e basso uniti in un unico corpo a doppio manico, una pedaliera multieffetto di generose dimensioni e una loop station, vero fulcro delle loro esibizioni. La loro musica è strutturata su layer sovrapposti come in un progetto di photoshop: nulla di originale per chi è abituato a usare la loop station. Vengono create delle basi di basso e chitarra che si fondono, si armonizzano e giocano in un interscambio continuo. Il sound è quello tipico del math rock, ovvero un genere di rock di derivazione jazzistica, funk e progressive dove i protagonisti sono i tecnicismi, i tempi dispari, gli spostamenti di accento, gli stop and go e altri cliché musicali. Il loro sound è particolarmente serrato e ipnotico e il tutto è amplificato dall’uso della microtonalità.

La musica microtonale, per dirla in breve, fa uso di suddivisioni alternative della scala di 12 semitoni usata nel sistema temperato: in pratica, si utilizzano suoni che risultano intermedi tra i suoni che normalmente conosciamo, amplificando esponenzialmente le possibilità creative e moltiplicando il numero di intervalli alternativi. Quelli che sono i semitoni (la minima distanza tra due note che normalmente viene usata in occidente) vengono sostituiti dai quarti di tono dagli AdP (il quarto di tono è una sotto-categoria del microtono). Ecco spiegato il loro sound particolare e poco consueto alle nostre orecchie.

Anche sul fronte musicale, però, niente di nuovo: il math rock non è certo un’innovazione e di gruppi del genere, più o meno recenti, se ne contano in un discreto numero (Don Caballero, Slint, Shellac, tutti debitori di pionieri come King Crimson, Genesis, Frank Zappa e Gentle Giant); di musica microtonale poi se ne parla da secoli e non c’è compositore che non abbia nel suo archivio almeno una sperimentazione in tal senso, senza contare che la maggior parte della musica mondiale è spontaneamente microtonale! Cerchiamo di abbandonare il nostro europacentrismo per un momento: la musica popolare di mezzo mondo fa un larghissimo uso di strumenti microtonali. Tuttavia, anche in artisti più recenti si trova questo tipo di sonorità: Dua Lipa in “Good in bed”, Nancy Sinatra in “These boots are made for walking”, il genio dell’elettronica Aphex Twin e il gruppo (un po’ di nicchia) King Gizzard & the Lizard Wizzard, sono tutti esempi che potete andarvi ad ascoltare.

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Detto questo, non credo ci sia grande scalpore se si parla di musica microtonale o math rock né, tanto meno, di travestimenti, una modalità scenica che fa parte da decenni della scena glam rock, metal e via dicendo. Perché allora tanto rumore attorno agli AdP? Rick Beato già vede in loro il futuro della musica attuale, Mike Portnoy ci vede invece rispecchiato il futuro che si era immaginato quand’era piccolo e tanti altri gridano al genio innovativo. Perché? Se tutto quello che fanno già esisteva (e anche da tanto) e se le loro sonorità non sono nulla di oggettivamente clamoroso, perché si è creato il “caso Angine de Poitrine”?

A mio avviso ci sono due fattori determinanti importanti: il primo è l’appiattimento del sound mainstream (problema enorme e multifattoriale su cui non mi dilungherò in questa sede) e l’inizio dell’era AI; il secondo è il fattore viralità. In merito a questo secondo punto, sappiamo ormai bene come i sistemi di diffusione dei social network e il contributo dei creator possano determinare o meno il successo di qualcosa, indipendentemente dalla sua validità artistica. Per quanto riguarda invece il livellamento (qualitativamente verso il basso) di un certo tipo di musica di pubblico dominio, è senz’altro vero che, se un qualcosa che è sempre stato considerato di nicchia viene fatto emergere con forza dal mainstream – attraverso i canali citati – verrà percepito, da orecchie poco allenate, come una rivoluzione musicale. Per dirla con un esempio neanche troppo lontano dalla realtà: se l’orecchio della stragrande maggioranza delle persone fosse abituato a musica creata asetticamente con l’AI, dal sound uniforme, poco variabile armonicamente e povero di dinamica, nel momento in cui gli proponessi del math rock microtonale, minimo si sentirebbe spiazzato; qualcuno poi storcerebbe il naso ma una parte ne sarebbe comunque affascinata e griderebbe al miracolo evolutivo musicale.

Ecco come qualcosa di già noto può emergere e apparirci nuovo e inusuale. Quindi, se dovessi rispondere a chi dice che gli AdP sono la musica del futuro direi: no, sono una band recente che fa un genere già presente e strutturato ma che ha avuto il merito e la fortuna di mettere il naso (è il caso di dirlo) fuori dalla comfort zone dell’ascoltatore medio. Nessun miracolo musicale quindi, e se dovessi dare un giudizio personale, vi direi che dopo un po’ di ascolto risultano anche piuttosto monotoni. Sono una band estremamente vincolata alla loop station e a quello che due sole persone possono fare. I loop risultano spesso gradevoli ma, per forza di cose, tendono a essere esageratamente ripetitivi. Non sono un amante del tecnicismo fine a sé stesso e sono d’accordo con l’opinione di Enrico Silvestrin quando sostiene che dalla loro musica esce troppa tecnica e poca emozione. Condivido e penso che, sebbene ci siano notevoli spunti interessanti, questi debbano essere elaborati e contestualizzati in maniera diversa per poter aggiungere l’anima che manca.

Un merito però ce l’hanno sicuramente e forse è il punto a cui tengo di più: suonano, cavolo se suonano. Lo fanno bene e lo fanno veramente. Se il loro esempio può essere un faro per qualcuno, se la loro musica fosse in grado di far aprire gli occhi a chi è abituato ad altri generi, ben venga. Quello di cui realmente abbiamo bisogno è di invertire la rotta rispetto alla musica finta, costruita a tavolino o generata (tutta o in parte) dall’AI. Abbiamo anche la necessità di cultura musicale, intesa come varietà di generi e di sperimentazione. Dobbiamo insegnare alle nuove generazioni che la musica è un mondo vastissimo e multiforme.

Se gli Angine de Poitrine fossero uno dei tasselli per bloccare la deriva della finzione musicale, in questo senso sarebbero la musica del futuro e gli stenderei non uno ma cento tappeti rossi.

Detto tutto questo, le parole contano fino a un certo punto: qui sotto c’è un live che rende molto meglio l’idea di quanto questo progetto sia particolare e stranamente magnetico.

Buona visione e alla prossima, community!

DiGiampaolo "il doc" Ciccotosto

Sono nato anni fa, mentre Actarus arrivava in Italia a bordo di Goldrake. Cresciuto a pane, insalate di matematica e vitelli dai piedi di balsa, ho cominciato a respirare musica a fine anni '80 suonando per tanto tempo 88 tasti: erano troppi e ho provato con 6 corde. Inutili anche quelle...ne bastavano 4! Negli anni '90 arrivarono poi in Italia quegli strani fumetti pieni di ramen, katane e buffi sandali di legno: capii finalmente da dove arrivavano tutti i cartoni animati! Dal fragoroso incontro tra musica e anime uscì fuori quell'amore per le sigle che dura fino ad oggi! Ah, dimenticavo: nel tempo che mi rimane sgombro dall'essere un discutibile musicista, faccio anche il medico e mi occupo della mia numerosa famiglia!