Ci sono dirette che servono a presentare un’uscita. E poi ci sono quelle serate in cui, partendo da un disco o da un libro, finisci per entrare davvero nel modo in cui un musicista pensa, scrive, ascolta e costruisce il proprio mondo.
Quella con Maurizio Rolli e i suoi Sound Archives è stata chiaramente la seconda.
Sul tavolo c’erano due lavori diversi solo in apparenza: da una parte Time Machine, il nuovo progetto firmato Maurizio Rolli Sound Archives, dall’altra The Bass Journal Vol. 3, il nuovo capitolo del suo percorso didattico. Ma il punto emerso quasi subito è stato un altro: non si trattava di parlare di “un disco” e di “un metodo”. Si trattava di vedere da vicino una visione musicale che si muove su due piani diversi, ma dice la stessa cosa.
Perché in entrambi i casi, per Rolli, il basso non è mai confinato a una funzione. Diventa voce, scrittura, scelta timbrica, direzione musicale. Non è uno strumento che sta dietro, e nemmeno davanti (come succede in molti dischi di grandi bassisti): è uno strumento che pensa, propone, racconta. E questa cosa, durante la diretta, è venuta fuori molto chiaramente.
In studio con lui c’erano Emanuela Di Benedetto (voce), Giulio Gentile (pianoforte) e Luca Di Muzio (batteria). A completare il quadro del disco ci sono poi Gianluca Caporale (sax tenore, sax soprano, clarinetto), Carlo Maria Genovesi (sound engineer, chitarra elettrica), Bob Mintzer (sax tenore) e Peter Erskine (batteria). Ma al di là dei credits, che pure contano, la cosa emersa con più forza è stata la natura profondamente collettiva del progetto. Non una somma di solisti, ma una band vera.
E infatti uno dei passaggi più belli della serata è stato proprio questo: il modo in cui Rolli ha raccontato il gruppo non come una macchina da esibizione, ma come un organismo. Con la sua ironia, certo, tra il “rullante sbagliato” di Luca Di Muzio, Giulio descritto come “l’anima pulsante” del gruppo e Emanuela incoronata scherzosamente “la regina della band”. Ma sotto la battuta, si sentiva una cosa seria: qui c’è un suono costruito insieme, nel tempo, nelle prove, nelle scelte, perfino nelle discussioni.
Ed è forse anche per questo che Time Machine non suona come un disco “assemblato”. Suona come l’estensione naturale di un live già rodato, già vissuto, già messo alla prova nel mondo reale.
Rolli lo ha detto con chiarezza: l’idea di fermare questo momento e lasciarne una testimonianza è nata prima ancora di ogni considerazione economica. In un tempo in cui la musica registrata rende poco, la domanda non era tanto “conviene fare un disco?”, ma piuttosto “se non fissiamo questa musica, che stiamo facendo?”.
È una domanda semplice, ma oggi non è affatto scontata.
Anche perché il progetto è stato pensato in modo coerente fino in fondo, compresa la formula distributiva. Oltre allo streaming e alle copie fisiche, Time Machine esce anche in una forma alternativa che merita attenzione: un booklet cartaceo con QR code interno per scaricare la musica. Una soluzione intelligente, più leggera dal punto di vista ambientale e anche più sensata in un’epoca in cui molti non sanno più bene cosa farsene del supporto fisico, ma non per questo hanno smesso di desiderare un oggetto da tenere in mano.
Dentro il disco, poi, c’è davvero tanto.
C’è la scrittura, c’è l’arrangiamento, c’è la ricerca timbrica, ma soprattutto c’è un’idea precisa di musica come spazio in cui far convivere mondi diversi senza trasformare tutto in una vetrina di stili. Jazz, musica europea, suggestioni classiche, latin, flamenco, interplay, uso della voce come strumento, scrittura orchestrale in miniatura. Tutto questo entra nei brani, ma non come collage. Entra come parte di un linguaggio personale.
Da questo punto di vista, i racconti dietro i brani sono stati quasi preziosi quanto gli ascolti.
A tre mani, per esempio, nasce da un episodio domestico surreale e bellissimo: Rolli al pianoforte, il figlio piccolo che suona “sopra” senza chiedere permesso, una registrazione improvvisata sull’iPhone, il caos apparente che poi si rivela musicalmente fertile. Il risultato è un brano sospeso, quasi cinematografico, dove l’elemento accidentale non viene corretto ma accolto e trasformato.
Etra’s Tears, invece, parte da Bach, passa per una commissione di conservatorio, devia verso una tarantella immaginaria e trova infine il suo titolo in una storia mitologica legata a Taranto. Un percorso tipicamente rolliano, se così si può dire: erudito ma mai impettito, tecnico ma capace di restare narrativo.
Giant Steps, poi, è forse uno dei casi più interessanti. Perché invece di affrontare il classico di Coltrane come banco di prova muscolare, come spesso accade, qui la scelta è stata opposta: rallentare, spostare l’asse, cambiare il punto di vista, togliere aggressività, cercare un’altra eleganza. Non dimostrare di saperlo suonare “forte”, ma provare a dirci qualcosa di proprio attraverso un materiale che tutti conoscono.
Ed è qui che il discorso si è allargato davvero.
Rolli ha insistito più volte su un punto che, secondo me, merita di essere ascoltato bene: la differenza tra riprodurre un linguaggio e provare a inventarne uno. Vale per il jazz, vale per il basso, vale per la musica in generale. Studiare i grandi è necessario. Copiarne la portata innovativa lo sarebbe ancora di più. E invece spesso ci fermiamo alle note, ai cliché, alle formule già codificate. È una scorciatoia comprensibile, ma pur sempre una scorciatoia.
Lo stesso ragionamento, in fondo, è riemerso anche parlando di The Bass Journal Vol. 3.
Qui il tono si è spostato sulla didattica, ma senza cambiare davvero terreno. Perché anche in questo caso non siamo davanti al solito manuale accumulativo, pieno di contenuti messi uno accanto all’altro. The Bass Journal lavora in un altro modo. Ti accompagna, ti racconta, ti porta dentro i concetti. Cerca di spiegarti non solo il “come”, ma anche il “perché”.
E questo nel terzo volume si sente ancora di più.
Si entra nella scala minore melodica, nella minore armonica, nel fraseggio bebop, nella lettura a prima vista, nella notazione delle sigle. Tutto materiale potenzialmente ostico, che in mani sbagliate diventa subito arido. Qui invece no. Qui torna sempre il racconto. Torna il contesto. Torna il desiderio di collegare i puntini.
Molto bella, ad esempio, la parte iniziale dedicata alla lettura a prima vista, affrontata non con terrorismo psicologico ma con una frase che andrebbe appesa in molte aule: non c’è nulla di cui aver paura, è solo musica, non chirurgia cerebrale. Sembra una battuta, ma non lo è. Dietro c’è un’idea molto chiara di formazione: la tecnica va studiata a casa, l’arte va portata sul palco. E se a casa ti senti troppo bravo, probabilmente stai praticando solo ciò che già sai fare.
Anche qui, più che un metodo, emerge una postura mentale.
Il punto non è sentirsi forti nel proprio recinto. Il punto è uscire, confrontarsi, prendere le misure del mondo reale, tornare a casa e lavorare su quello che manca. È una visione adulta, persino scomoda, ma molto vera. E infatti parla non solo ai bassisti. Durante la diretta lo ha detto bene anche Emanuela Di Benedetto: dentro questi libri ci sono materiali utili anche per altri strumentisti, perfino per chi usa la voce. Perché quando il pensiero musicale è solido, supera il perimetro dello strumento da cui parte.
E poi c’è tutta la parte, splendida, sulla notazione delle sigle. Un territorio che spesso viene trattato come una religione, mentre in realtà è pieno di convenzioni, pratiche, eccezioni, stratificazioni storiche. Anche qui Rolli fa una cosa rara: non si limita a dirti “si scrive così”. Ti mostra perché certi modi di annotare sono nati, da dove vengono, quali logiche seguono, quali alternative esistono. In pratica, invece di darti un prontuario, ti dà strumenti per pensare.
Che poi è sempre il punto.
Verso la fine della serata, il discorso è arrivato anche su un tema più ampio, e forse inevitabile: il rapporto tra musica e formato contemporaneo. Reels, clip, frammenti, minuti e mezzo, contenuti pensati più per gli occhi che per le orecchie. Anche lì Rolli è stato netto, ma non nostalgico. Nessun moralismo, nessuna scenata contro il presente. Solo una constatazione: se perdiamo il rapporto con l’ascolto lungo, con i dischi, con la costruzione paziente di un fraseggio, con la durata vera della musica, rischiamo di confondere il linguaggio con il suo trailer.
È un punto che, da creator, mi interessa molto.
Perché il problema non è usare gli strumenti di oggi. Il problema è dimenticare che sono strumenti. Se li usi per aprire porte, bene. Se diventano loro la stanza in cui vivi, allora qualcosa si restringe. E ieri sera questa cosa si è percepita bene: si può stare nel presente senza rinunciare alla profondità. Si può parlare di musica oggi senza accettare per forza il ricatto della semplificazione.
In fondo, forse è questo che mi porto via da questa diretta.
Time Machine e The Bass Journal sono due opere diverse, sì. Ma nascono dalla stessa urgenza: non limitarsi a eseguire, non limitarsi a spiegare, non limitarsi a riprodurre. Provare invece a dire qualcosa di proprio. Dal basso, certo. Ma anche oltre il basso.
E oggi, in mezzo a tanta musica che passa e si consuma in fretta, non è poco.
Buon viaggio allora! E alla prossima.
Time Machine è disponibile su Bandcamp: https://mauriziorolli.bandcamp.com/album/maurizio-rolli-sound-archives-time-machine
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