Non mi è mai piaciuto molto il virtuosismo sul basso. Non sono un amante delle tecniche come il tapping o lo slap e in genere mi piacciono molto poco gli aspetti percussivi, se non in determinati contesti molto selezionati. Le eccezioni a queste mie preferenze sono pochissime e oggi posso dire con granitica convinzione che una di queste è Pier Piras. Fino a qualche giorno fa non conoscevo né lui né i suoi lavori ma dopo già un primo ascolto ne sono rimasto profondamente coinvolto. Si, coinvolto è il termine corretto: la sua musica avvolge, trasporta verso atmosfere precise, verso sensazioni ricercate ed è capace di estrarre dal profondo dell’anima i ricordi, i profumi e i colori del nostro vissuto. Ho sempre detto di Franco Battiato che più che un musicista era un grandissimo evocatore di sensazioni. Pier Piras ha la stessa non comune capacità e di questo innanzi tutto lo ringrazio.
Sardo, classe 1989 (un giovinotto!), premi prestigiosi già dal 2009, esperienza come turnista, collaborazioni con vari personaggi e bla bla bla…ma ci interessa il curriculum invidiabile di Pier per capire la sua musica? A costo di essere dissacranti, decisamente no. Questo perché lui è talmente dentro la musica che la sua produzione parla per lui, non è necessario sapere altro e anche nell’ipotesi che il curriculum non l’abbia mai provato neanche a scrivere, questo non cambierebbe nulla. Ergo, diamo uno sguardo a ciò che veramente conta.
Il suo primo album è del 2022 e si intitola “A wizard’s perspective”. Un album dalle chiare influenze popolari che ci getta in mezzo alle isole del mediterraneo per farci raccogliere tutte quelle emozioni di cui questo mare unico al mondo è capace. Lungo il percorso musicale troviamo la sua Sardegna ma anche la Grecia, la Spagna e anche il Nordafrica. Questo stile caldo e nostrano è chiaro già nella splendida traccia che dà il titolo all’intero album. Cameloth invece potreste averla tranquillamente come sottofondo ad una partita di D&D mentre in Pages (ma anche in altre tracce) emerge un uso consapevole delle armonie vocali che sottolineano il basso protagonista e lo fanno con uno stile che a tratti ricorda quello dei grandi autori della musica per il cinema italiano. Come Pier stesso ha dichiarato durante la nostra diretta YouTube, troviamo tra le sue principali influenze anche la musica folk e le colonne sonore di grandi artisti internazionali. Il potere evocativo della sua musica, infatti, sarebbe più che adatto come commento sonoro alle immagini di un lavoro cinematografico. In Diamond’s heart è bello osservare il carattere giocoso, con cambi di armonia rapidi e divertenti mentre in Half of a soul tornano aspetti meditativi e sognanti, l’armonia e la melodia prendono il sopravvento sui caratteri percussivi. Un album che, finito, chiede di essere riascoltato immediatamente per poter ripetere l’esperienza di evocare di nuovo quelle sensazioni.
Eolo è il secondo e recentissimo lavoro (2025), frutto di una ricerca sul suono durata tanti e tanti mesi. E si sente. Dapprima mi sono detto: sai che palle (si può dire palle su internet…bah, penso di si) un disco intero solo con il basso acustico! Al termine dell’ascolto dell’album ho odiato profondamente Pier Piras perché mi ha costretto a ricredermi. Scherzi a parte, ritengo che un album del genere, se non ben congegnato, possa risultare ostico ma devo ammettere che ciò che potete ascoltare in esso è qualcosa che va oltre lo strumento stesso. Il basso non è più un basso, è un fulcro emotivo fatto ritmica, melodia e armonia senza bisogno dell’aiuto da casa! La scelta dello strumento acustico regala spazialità armonica e atmosfere distese, un palette di colori impensabile ed una versatilità al limite dell’umano. Ascoltate ad esempio come in Globus ci sia alternanza di ritmica frenetica e momenti più rilassati. Eolo invece ha letteralmente cementato la mia attenzione in una perfetta sintesi di delicatezza, sogno e inquietudine. La perla conclusiva, Ventana, è una poesia melodica, da brividi, il cui tema melodico mi rimanda brevemente alle atmosfere introduttive di Hollow years dei Dream Theater. Al termine del disco ti chiedi come sia possibile tutto questo con un solo strumento ed un sospiro di voce…ascoltatelo e mi direte.
Anche in questo lavoro è ancora presente l’influenza popolare e squisitamente mediterranea del primo album ma qui assume un carattere diverso, a mio avviso un po’ meno folk. L’uso dei cori è gentile, mai invadente, e conferma di quanto sentito nel primo album. Per gusto personale preferisco il primo album dove anche il carattere “cinematografico” è più marcato ma sono due lavori indipendenti da gustare con disposizione d’animo diversa per poterli apprezzare al meglio.
Pier Piras trascende il basso e la musica stessa, veicola talmente bene la propria espressività che non ha bisogno di intermediari né di curriculum. Nei suoi lavori egli non è un bassista ma un artista. Non è importante neanche la sua musica ma ciò che essa trasmette e Pier lo fa tanto bene che finito di ascoltare un suo brano si sente subito un po’ di nostalgia di ciò che è appena stato vissuto. Egli incarna dunque la concezione ultima per cui la musica nasce: comunicare qualcosa. Sotto questo punto di vista è già un artista maturo e sono assolutamente curioso di sapere cosa ci riserverà in futuro.
Vabbè ma ce l’avrà un difetto sto ragazzo? E che ne so… io non ne ho trovati ma magari qualcuno scopre che non cede il posto agli anziani sull’autobus! Battute a parte, se volete scoprire Pier non solo raccontato ma anche all’opera, vi invito a guardare la nostra diretta su BassCommunity Channel (la trovate qui sotto), in cui ha suonato dal vivo buona parte di Eolo. Un’esperienza che rende ancora più chiaro lo spessore di questo incredibile musicista.
Buon ascolto e… alla prossima Community!

