Ven. Mag 8th, 2026

Flea, Honora e il lusso di rimettersi in discussione a 63 anni

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Quando ho letto di Honora, non mi ha colpito tanto il fatto che Flea abbia fatto un disco jazz, quanto un’altra cosa, molto più semplice e anche molto più rara: il fatto che, alla sua età, sia tornato a studiare la tromba sul serio, tutti i giorni. Non per dire “guardate cosa so fare”, ma per tornare a una parte di sé che era rimasta viva sotto tutto il resto. Honora, uscito il 27 marzo 2026, è il primo vero album solista full length di Flea, prodotto da Josh Johnson, e nasce proprio da questo ritorno alle sue prime passioni musicali: il jazz, il linguaggio bebop e la tromba.

La cosa interessante è che questo ritorno non è il classico side project della rockstar che si concede una deviazione “colta”. Honora non è un disco di bassismo travestito da jazz e non è neanche un lavoro costruito per mettere in fila virtuosismi. È un disco che si regge molto di più sulla scrittura, sull’arrangiamento e su un’urgenza comunicativa reale. Sono dieci brani per poco più di cinquanta minuti, sei originali e quattro riletture, e già da qui si capisce che Flea non stava cercando un recinto stilistico ma un linguaggio abbastanza largo da contenere più cose insieme: A Plea, Traffic Lights, Morning Cry e Frailed convivono con riletture di Thinkin Bout You di Frank Ocean, Maggot Brain di George Clinton ed Eddie Hazel, Wichita Lineman di Jimmy Webb e Willow Weep for Me di Ann Ronell.

Dentro questo impianto, gli ospiti non servono a fare scena, servono a chiarire il livello del contesto in cui Flea ha deciso di mettersi. Ci sono Thom Yorke, che compare in Traffic Lights e firma il brano insieme a Flea e Josh Johnson, e Nick Cave, che presta la voce a Wichita Lineman. Poi c’è il gruppo che regge davvero l’ossatura del disco: Josh Johnson al sax e alla produzione, Jeff Parker alla chitarra, Anna Butterss al contrabbasso, Deantoni Parks alla batteria, con contributi di Mauro Refosco e Nate Walcott. Cioè musicisti che quel linguaggio non lo sfiorano, lo abitano. E per me è proprio qui che il progetto si gioca la sua parte più interessante: nel fatto che Flea accetti il confronto con persone che, su quel terreno, sono di casa. Non si costruisce una zona protetta, non si fa un disco “alla Flea” con qualche colore jazz sopra. Entra davvero in quella stanza. In modo più laterale, ma non irrilevante, c’è anche John Frusciante, con interventi sul suono di Frailed e con il mix di Willow Weep for Me.

Se guardi bene anche la scaletta, ti accorgi che il disco ti avvisa subito di non aspettarti né un album dei Red Hot Chili Peppers sotto mentite spoglie né un classico lavoro jazz ortodosso. Golden Wingship apre in modo quasi sospeso, come a dirti che la materia qui sarà cangiante e un po’ instabile. A Plea è forse il manifesto più esplicito del progetto, lungo, irregolare, quasi declamato in alcuni momenti. Traffic Lights, con Thom Yorke, porta il disco in una zona più contemporanea, mentre Frailed si prende oltre dieci minuti e lascia respirare una forma più rarefatta. Poi ci sono Morning Cry, Thinkin Bout You, Maggot Brain, Willow Weep for Me, Wichita Lineman e Free As I Want to Be, che chiude tutto come una specie di mantra liberatorio. Non è una sequenza perfetta, e secondo me è giusto dirlo. Ma proprio per questo è una sequenza umana: non cerca di sembrare impeccabile, cerca di tenere insieme le passioni multiple di un musicista irrequieto.

A me, infatti, Honora interessa molto più come gesto che come “capolavoro” da difendere a tutti i costi. È un disco irregolare, a tratti fragile, a tratti persino dispersivo, ma profondamente vivo. E oggi questa cosa, nell’era post-AI, pesa molto più della perfezione. Perché siamo circondati da prodotti lisci, già pronti per essere approvati, ottimizzati, difesi, spesso anche senza una persona reale che si espone davvero dietro. Qui invece senti ancora rischio, studio, piacere di suonare, spiritualità, il bisogno di tornare nella musica non per confermare un’identità ma per tenerla viva. In questo senso il punto non è neanche “Flea fa jazz”, ma Flea che smette di proteggersi nel ruolo che lo ha reso riconoscibile e accetta di tornare in una zona dove non è il più forte della stanza. Anche per questo il disco, pur senza essere memorabile in ogni passaggio, lascia qualcosa.

Poi c’è la copertina, che non metterei al centro del discorso ma neppure lascerei fuori. La foto ritrae Shahin Badiyan, madre di Melody Ehsani, moglie di Flea, scattata in Iran alla fine degli anni Sessanta, con una colomba appoggiata sulla spalla. Flea ha spiegato di aver scelto proprio quell’immagine per la forza che gli trasmetteva, mentre Melody l’ha collegata anche alla storia della sua famiglia e al significato che quell’immagine assume oggi. È una foto intima, ma richiama inevitabilmente un Iran ancora libero e finisce per caricarsi di un senso più ampio senza bisogno di trasformarsi in slogan.

Alla fine, quello che mi resta di Honora è soprattutto questo. Non il “disco jazz di Flea”, formula che da sola dice poco, ma il gesto di un uomo che a 63 anni sceglie di tornare in una zona dove non è più al sicuro, non è più intoccabile, non è più semplicemente Flea come lo abbiamo sempre conosciuto. E in questo ritorno c’è un’idea di musica che a me interessa ancora molto: la musica come pratica, studio, rischio, piacere, spiritualità, bisogno di rimanere vivi. Se poi il disco riesca sempre a essere all’altezza di questa intenzione, quella è una discussione aperta. Ma forse il bello è proprio questo: non chiude tutto, lascia ancora spazio. E allora questo spazio, lo lascio riempire a voi quando lo ascolterete, e magari mi direte la vostra. Alla prossima, Community!

DiFabio Testa

Suono, insegno e creo contenuti... sempre dal Basso. Ho fondato BassCommunity™, un progetto editoriale che nel tempo è diventato una casa digitale fatta di didattica, interviste e divulgazione, punto di riferimento per chi ama il basso in Italia (e non solo). Con Il Mondo dal Basso™ porto avanti progetti che intrecciano creatività, cultura, musica e comunicazione, convinto che quattro corde bastino per aprire mondi interi.