Ven. Gen 16th, 2026

Brainrot anni ’80… trash e nonsense non sono nati con l’IA

le_sporcaccione

Nell’era post-IA basta un prompt per generare immagini che assecondino qualsiasi fantasia, anche la più assurda. È nei prompt scritti dalle persone comuni che prende forma l’Italian Brainrot, fenomeno che ha invaso i feed dei più giovani con animali improbabili, nomi nonsense e voci sintetizzate che sembrano filastrocche disturbanti.

Molti adulti lo guardano con sospetto: “Ecco l’ennesimo frutto avvelenato dell’intelligenza artificiale”. Ma io, nonostante sia sempre lì a dire a mio figlio “non guardare queste cretinate su YouTube”, sono convinto che, in fondo, sia un fenomeno innocuo. Non lo specchio di una società alla deriva, ma l’espressione di un bisogno di leggerezza che, in fondo, c’è sempre stato.

Negli anni ’80 c’era l’album delle Sporcaccione. E un giovane me, alle scuole medie, le collezionò tutte. Non è un ricordo sbiadito: quell’album ce l’ho ancora, completo, custodito come un cimelio. Figurine disegnate e colorate ad aerografo, piene di battute volgari e irriverenti. Oggi non verrebbero nemmeno stampate: sarebbero bollate come offensive, sessiste, inadatte a un pubblico di ragazzi. Eppure allora circolavano liberamente nelle edicole e diventavano oggetto di scambi, risate, complicità.

BrainRot Memes

Oggi usiamo la parola brainrot, che letteralmente significa “marciume del cervello”. È nata come slang online per descrivere contenuti davvero stupidi e irriverenti… eppure irresistibili, soprattutto per i più giovani. È quella sensazione di lasciarsi ipnotizzare, di ridere ancora di una gag già vista, di continuare a guardare pur sapendo che non aggiungerà nulla alla tua vita. Nell’Italian Brainrot non ci sono solo gli animaletti generati dall’IA con i loro nomi da filastrocca, ma anche sketch grotteschi in cui due personaggi digitali si raccontano una barzelletta trash che si conclude con un colpo di scena surreale.

Ma qui emerge la differenza più interessante. Le Sporcaccione erano semplici, dirette: uno smile che diventava un insulto, un gesto osceno, la traduzione figurata delle prese in giro che si sentivano in classe, in un’epoca in cui non esisteva la parola “bullismo” come la intendiamo oggi. Era un linguaggio rozzo e immediato, che parlava alla pancia.

L’Italian Brainrot, invece, gioca su piani diversi. Le sue card e i suoi video sono nonsense più elaborato: pieni di dettagli, riferimenti sottili, rimandi che si colgono solo stando dentro al flusso. È un trash “evoluto”, che richiede immersione nei codici di internet, capacità di riconoscere citazioni, allusioni, micro-variazioni. Non basta guardarlo, bisogna farne parte.

Se volessimo azzardare un paragone con i movimenti artistici, potremmo dire che le Sporcaccione erano una via di mezzo tra Art Brut e Pop Art: grezze, istintive, immediate, sgargianti. Il Brainrot, invece, si muove tra Surrealismo e Metafisica: da un lato il nonsense che si fa linguaggio strutturato, dall’altro quell’aura sospesa e straniante, in cui il grottesco assume un tono quasi visionario.

E non è la prima volta che il trash si organizza in un piccolo ecosistema culturale. Già negli anni ’80 il successo delle Sporcaccione aveva generato un seguito: sull’onda di quelle figurine nacque persino un mensile, Lo Sporcaccione Esagerato, un concentrato di fumetti, illustrazioni e articoli sullo stesso registro trash-scatologico. Una rivista che oggi sarebbe impensabile, ma che allora trovava spazio in edicola accanto a giornalini per ragazzi e riviste di intrattenimento. Segno che il bisogno di sporcarsi le mani con il grottesco non è certo un’invenzione recente.

Italian BrainRot

Cambiano i mezzi: dall’aerografo all’IA, ma la sostanza non cambia. C’è un filo che lega le figurine e le riviste di allora ai meme virali di oggi: il bisogno di ridere del brutto, di trasformare l’assurdo in fenomeno popolare, di alleggerire la vita con un po’ di nonsense condiviso.

E allora, quando sento dire “l’IA sta rendendo i ragazzi stupidi”, con riferimento ai meme generati da queste piattaforme, sorrido. L’IA non ha inventato nulla: ha solo cambiato il pennello, lo strumento di un gusto che esiste da sempre. Il trash ci accompagna perché serve: a ridere dell’inutile, a esorcizzare la noia, a creare complicità tra chi ride delle stesse cose. Che sia uno smile con le caccole o uno Chimpanzino Bananino, il meccanismo è identico: trovarci dentro una forma di leggerezza condivisa.

E sì, ogni tanto un po’ di leggerezza ci vuole, purché non la si lasci da sola a dominare la scena. Il vero problema del rapporto tra ragazzi e IA non sono i meme, ma l’uso distorto e inconsapevole che molti finiscono per farne (questione importante, certo, ma non è questa la sede per affrontarla). Quando il grottesco diventa totalizzante smette di far ridere e inizia a svuotare. Ma se resta quello che deve essere — una parentesi esagerata, un gioco collettivo, un piccolo rito di assurdità — allora anche il Brainrot può raccontare qualcosa della nostra cultura, in tutti i periodi storici.

DiFabio Testa

Suono, insegno e creo contenuti... sempre dal Basso. Ho fondato BassCommunity™, un progetto editoriale che nel tempo è diventato una casa digitale fatta di didattica, interviste e divulgazione, punto di riferimento per chi ama il basso in Italia (e non solo). Con Il Mondo dal Basso™ porto avanti progetti che intrecciano creatività, cultura, musica e comunicazione, convinto che quattro corde bastino per aprire mondi interi.