Lun. Nov 2nd, 2026
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Circa un anno fa, scrivendo di Eolo, mi sono imbattuto in un basso acustico capace, da solo, di essere ritmica, melodia e armonia, senza sentire il bisogno di un supporto. In questa occasione, Pier Piras l’aiuto da casa ha deciso di chiamarlo. E non uno solo.

Nautilus è uscito il 25 settembre 2026 per Roble Records e lascia il basso acustico sempre lì, al centro di tutto, ma stavolta succede qualcosa di magico: intorno comincia a crescere un piccolo mondo, la voce di Mila Trani, l’organetto di Pierpaolo Vacca, il violino di Francesco Moneti e una cura maniacale per il suono.

Ascoltando Eolo temevo la noia di un solo strumento per un intero disco; ora, davanti a Nautilus ero curioso di scoprire cosa poteva fare quello stesso strumento “in compagnia”.

Il titolo, intanto, è già un metodo, emerso nella splendida intervista-concerto condotta da Fabio. Il nautilus cresce aggiungendo camere alla conchiglia senza abbandonare le precedenti: si nasconde nell’ultima ma si porta dietro tutte le altre. Questi sono i dischi di Pier: le isole del Mediterraneo di A Wizard’s Perspective, il vento di Eolo e ora il mare. Qui di seguito cercherò di condurvi nelle stanze segrete di Nautilus, spiegandovi quello che ci ho trovato dentro.

In Medusa, il mare pare già dichiarato in partenza: un morbido e deciso ritmo terzinato che trascina nella musica popolare italiana e fa venire voglia di passare una serata estiva a ballare tra i colori delle sagre e i profumi del mare. Nonostante questi impulsi di apparente linearità, il brano rivela subito il volto dell’album, si contrae e si espande in un incedere di ritmiche cangianti.

Oghes Infràmghidas ospita la voce, perfettamente contestualizzata, di Mila Trani: caldo e sudore in una Sardegna dalle atmosfere sudamericane dove le ore più intense della giornata si aprono in un ritmo che può ricordare una lenta e triste milonga. Il brano ha una drammatica ispirazione che ci descrive Pier stesso nell’intervista che Fabio gli ha recentemente fatto.

In Focus torna il mare, dirompente e lontano, appena scorto dalle alture di un’isola. Lascia una solitudine intensa ma desiderata e riflessiva. Duna Cremisi è invece ostinata e ipnotica, dai ritmi brillanti e coinvolgenti ma, tra tutti, il brano che mi ha catturato meno.

Continua in Ardere quel clima sognante che è filo conduttore di tutto il lavoro. Ardere è un pulsare perfetto tra variazioni ritmiche e brevi passaggi dove Pier ci ricorda vagamente che il basso è il principe degli strumenti d’accompagnamento: un ruolo che, ascoltando i suoi lavori, sembrava ormai dimenticato ma qui, quasi come una citazione di sé stesso, riemerge nei momenti di maggiore distensione armonica.

Il brano Sol in Sol accoglie l’organetto di Pierpaolo Vacca e apre le porte alla ritmica più storta dell’intero disco: tempi dispari alternati che spezzano la continuità del pezzo a più riprese e che ci riportano ad atmosfere popolari e lontane. Un brano strano ma affascinante e interessante.

La prima volta che ho sentito Bae Bae sono stato folgorato. In un breve passaggio melodico mi ricorda tantissimo una cosa che scrissi per pianoforte tanto tempo fa ma il punto non è questo: la meraviglia è su un piano più profondo, è nel ritrovarsi in qualcosa, nello scoprire che quello stesso passaggio ha smosso forse identiche emozioni e che un’intuizione musicale, anche se fugace, ha unito per un istante due punti nell’universo. Quindi per me, questo brano, rappresenta la forza innata e ultraterrena della musica.

Sofia è stato scritto per la piccola nipotina di Pier: suonato con un “piccolo basso”, è una poetica ninna nanna, dalle atmosfere dolcemente nebbiose, di cupo inverno passato accanto a un camino acceso. Lasciatemi fare un fin troppo evidente raccordo con le atmosfere “rambleriane” destate da Francesco Moneti (che ho avuto anche il piacere di vedere più volte dal vivo con il suo storico gruppo): il suo violino è semplicemente di un altro pianeta e si fonde con il basso di Pier in un modo che va ascoltato per essere compreso.

Il brano che chiude il disco è anche quello che dà il titolo all’intera opera, Nautilus. Chiude in maniera profonda, imponente e completa. Un incedere sommessamente marziale si apre dall’interno della conchiglia, risuona, riverbera e si propaga lungo le logaritmiche spire, percorrendo il brano più lungo di tutto il lavoro, riassunto definitivo del connubio tra musica e mare.

Non me l’ha chiesto nessuno, lo so, ma vi dico qual è per me la caratteristica di quest’album che più di tutti mi ha conquistato: la capacità di smussare gli angoli. Le parti ritmiche più spigolose trovano sempre la loro risoluzione nelle armonie distese e consonanti. Comparo indegnamente ritmica e armonia ma lo faccio volutamente: è proprio qui che si consuma il contrasto, è un passaggio di stato, una sublimazione dove il ritmo deciso evapora sempre in un’armonia distesa, aperta, commovente e rassicurante, che riporta sempre a casa dopo aver visitato altri luoghi.

Ogni volta che Pier chiama un ospite, il disco guadagna un paesaggio, un orizzonte e lo fa senza mai perdere il fulcro del suo strumento. Leggo un’evoluzione, leggo in Pier un procedere sensato, logico e spontaneo lungo un percorso musicale che, sono convinto, continuerà a meravigliarmi anche in futuro.

DiGiampaolo "il doc" Ciccotosto

Sono nato anni fa, mentre Actarus arrivava in Italia a bordo di Goldrake. Cresciuto a pane, insalate di matematica e vitelli dai piedi di balsa, ho cominciato a respirare musica a fine anni '80 suonando per tanto tempo 88 tasti: erano troppi e ho provato con 6 corde. Inutili anche quelle...ne bastavano 4! Negli anni '90 arrivarono poi in Italia quegli strani fumetti pieni di ramen, katane e buffi sandali di legno: capii finalmente da dove arrivavano tutti i cartoni animati! Dal fragoroso incontro tra musica e anime uscì fuori quell'amore per le sigle che dura fino ad oggi! Ah, dimenticavo: nel tempo che mi rimane sgombro dall'essere un discutibile musicista, faccio anche il medico e mi occupo della mia numerosa famiglia!