Trent’anni fa YouTube non esisteva, Internet entrava in casa con il contagocce, e vedere un video girato da qualcuno che non lavorava in tv o al cinema era una rarità. Per girare un film ti serviva una videocamera (Video8 o MiniVHS), e nel nostro caso due videoregistratori messi uno accanto all’altro per il montaggio. Montare in casa, all’epoca voleva dire far partire una cassetta, registrare sull’altra, fermarsi al momento giusto e sperare di non aver sbagliato tutto. Niente timeline, niente “annulla”, niente tutorial su YouTube per capire dove avevi toppato.
Era il 1996. Avevamo dai 16 ai 19 anni, ed eravamo un gruppo di amici, un’estate intera davanti e quella dose di incoscienza che a quell’età ti fa partire con progetti che, se ci pensassi due volte, non inizieresti mai. È in quel contesto che nasce Cyber Revenge, secondo film della nostra gloriosissima — lo diciamo oggi, con trent’anni di distanza e il diritto di riderne — e improbabile Pinoli’s Arts. All’epoca però facevamo sul serio.
Tutto cominciò in un supermercato
La storia parte l’estate prima. A cavallo di Ferragosto del ’95 riuscimmo ad avere per qualche giorno un supermercato vuoto a disposizione. Per un branco di adolescenti con la videocamera era una produzione da sogno: scaffali, corsie, magazzini, ambienti diversi e nessuno tra i piedi. Altro che green screen.
Nacque così Evil Market, un piccolo horror/action girato interamente lì dentro. I mezzi erano quelli che erano, le competenze cinematografiche pure — a quell’età si lavora con quello che si ha — ma la voglia di fare era tanta.
Lo spedimmo a The Games Machine, mitica rivista italiana dedicata ai videogame, che aveva appena aperto una rubrica chiamata Facce da TGM. Per chi non c’era: le riviste di videogiochi arrivavano in edicola con un CD-ROM pieno di demo, software, immagini, filmati — quello che oggi scarichi in cinque secondi allora stava tutto su quel disco argentato, uno al mese. Internet esisteva ma per molti era ancora qualcosa da guardare da lontano: connessioni lente, care, poco diffuse. Per vedere un video compravi una rivista e infilavi un CD nel computer, non cliccavi un link.
TGM pubblicò Evil Market sul CD-ROM allegato e ci dedicò anche una pagina intera sulla rivista, con un titolo che ricordo ancora: “Il terrore approda su TGM”. Potete immaginare l’effetto. Avevamo girato un film tra amici e improvvisamente era su una delle riviste di videogiochi più importanti d’Italia. Non sapevamo quante persone lo avessero guardato — non esistevano visualizzazioni, non esisteva niente di tutto questo — ma in qualche modo era là fuori. E a quanto pare non avevamo ancora fatto abbastanza danni.
L’estate dopo, il kolossal
Nel ’96 decidemmo di alzare l’asticella. Evil Market ci aveva dato entusiasmo e, cosa più pericolosa, la sensazione che la cosa potesse funzionare sul serio. Nasce Cyber Revenge.
Il nostro immaginario era quello di ragazzi cresciuti tra anni Ottanta e Novanta: cinema d’azione americano, Terminator, Van Damme, Steven Seagal, fantascienza, videogiochi, manga e anime che proprio in quegli anni stavano arrivando in Italia. Finiva tutto nello stesso calderone senza che ci ponessimo troppo il problema di dove finisse una citazione e cominciasse l’altra.
Riccardo Maria e il sottoscritto (Fabio Testa) alla regia, entrambi anche attori nel film (io lo scienziato creatore del cyborg, lui l’amico più insolente del protagonista). Intorno a noi il solito gruppo di amici — attori, tecnici, stuntman e produzione coincidevano più o meno con le stesse persone, il che semplificava non poco i titoli di coda.
Riccardo ha raccontato la storia da poco durante una live del podcast Gli Aggiustafilm, tirando fuori episodi che avevo quasi rimosso. Uno dei più belli: Alessandro “Axl” Franchi doveva stare sul tettuccio di un’auto in movimento. L’auto era quella del nonno di Riccardo. Il nonno non ne sapeva niente. Il tettuccio invece, alla fine, lo sapeva benissimo — rimase ammaccato e graffiato. Diciamo che a trent’anni di distanza qualche procedura di sicurezza della Pinoli’s Arts avrebbe avuto bisogno di una revisione.
Montare un film senza computer
La cosa che oggi sembra più assurda non sono le scene d’azione, è come si costruivano materialmente quei film. Il montaggio si faceva con due videoregistratori: da una parte la cassetta col materiale girato, dall’altra quella su cui registravi il film montato. Cercavi il punto giusto, mandavi in play una macchina e in registrazione l’altra, e il film veniva su pezzo dopo pezzo. Sbagliavi, rifacevi. Niente livelli, niente tracce, niente transizioni da trascinare col mouse o correzioni dieci minuti dopo perché avevi cambiato idea.
Non era più bello, era solo MOLTO più complicato. Ma proprio perché gli strumenti erano pochi, il limite finiva per diventare parte del processo: non potevi risolvere un problema installando un software migliore, dovevi inventarti qualcosa con quello che avevi in mano. Forse è anche per questo che rivedendo oggi Cyber Revenge si sente tutta l’ingenuità ma anche una certa energia vera. È pieno di imperfezioni e soluzioni che oggi non useremmo mai — però è stato fatto fino in fondo, con quello che c’era.
Cyber Revenge arriva su TGM
Anche Cyber Revenge finì spedito a TGM e anche questa volta la redazione lo pubblicò su Facce da TGM — era più lungo di Evil Market, quindi uscì in due puntate sul CD-ROM.
La cosa interessante, vista da oggi, è il percorso che faceva un film amatoriale a metà anni Novanta: lo giravi su videocassetta, lo montavi, preparavi una copia, la spedivi fisicamente a una redazione, qualcuno la guardava e — se valeva la pena — finiva digitalizzato su un CD-ROM che viaggiava insieme alla rivista in migliaia di edicole. Non c’era modo di sapere chi lo avesse visto. Nessun commento sotto al video, nessun cuoricino. Al massimo, mesi dopo, qualcuno ti diceva: “Ah, ma voi siete quelli del film su TGM”.
Un modo di far girare i contenuti completamente diverso da quello di adesso. E proprio per questo fa una certa impressione pensare che Cyber Revenge sia sopravvissuto a tutti i cambiamenti che sono venuti dopo — i DVD, i software di montaggio, YouTube, e pure i podcast.
Che picca!
La parte più divertente arriva trent’anni dopo. Qualche giorno fa Riccardo mi scrive — non ci sentivamo da un bel po’. Mi racconta di essere entrato in contatto con Gli Aggiustafilm, canale e podcast dedicato soprattutto al cinema italiano e alla commedia anni Ottanta. Loro Cyber Revenge lo conoscevano già, e pure bene: lo avevano recuperato anni prima da un mio canale YouTube, e alcune battute del film erano entrate nel loro linguaggio. Una su tutte, “che picca”, era diventata quasi un tormentone tra i conduttori.
La parte surreale è che Riccardo seguiva già uno di loro per altri motivi. Un giorno, in macchina, ascoltando una puntata su Superfantozzi, sente spuntare fuori quel “che picca”. Lo riconosce. E la reazione, raccontata durante la live, è stata più o meno: “Ma che caxxo!”.
Così, trent’anni dopo, Riccardo scopre per caso che un gruppo di persone non solo si ricorda ancora del nostro vecchio film amatoriale, ma lo cita pure. Gli Aggiustafilm lo invitano in live e Riccardo racconta tutto: i fratelli Pinoli, i primi esperimenti, Evil Market, la nascita di Cyber Revenge, la macchina del nonno, la polizia che voleva arrestarci, le estati passate a girare scene, quel gruppetto di amici che aveva deciso che, visto che il cinema gli piaceva, tanto valeva provare a farselo da solo.
Quando mi ha mandato il video mi ha scritto una frase semplice: «A me è parso incredibile che qualcuno si ricordasse ancora di noi». In realtà, a pensarci bene, in questi anni non è stata neanche la prima volta che succedeva. Da quando Evil Market e Cyber Revenge sono finiti su YouTube, diverse persone hanno commentato o mi hanno scritto proprio perché entusiaste di aver ritrovato online quelle che, evidentemente, per qualcuno erano diventate piccole “chicche” da recuperare. Ogni volta è stato un piacere rispondere, scambiare qualche ricordo e rendermi conto che quei film, nati quasi per gioco in due estati degli anni Novanta, avevano lasciato una traccia ben più lunga di quanto avremmo mai immaginato.
Trent’anni dopo
Rivedere oggi Cyber Revenge significa guardarlo con occhi completamente diversi. Ci sono ingenuità evidenti, errori tecnici, recitazioni che tradiscono senza pietà la nostra età, momenti in cui l’incoscienza batte nettamente il talento cinematografico. Ma non è questo il punto… stabilire se fosse un “bel film” conta poco (non lo è). Il punto è che lo facemmo. Eravamo ragazzi, avevamo voglia di costruire qualcosa, non avevamo quasi niente e usammo quello che avevamo: una videocamera, qualche cassetta, macchine prese in prestito, amici abbastanza folli da attaccarsi al tettuccio di un’auto in corsa, incuranti delle pattuglie della polizia che accorrevano.
Oggi abbiamo strumenti incomparabilmente più potenti. Uno smartphone registra immagini che nel ’96 sembravano fantascienza, con un portatile fai in una sera quello che allora richiedeva giorni, e puoi pubblicare un video e renderlo visibile dall’altra parte del mondo pochi secondi dopo. Eppure avere strumenti migliori non vuol dire avere più voglia di fare. Quella, per fortuna, non l’ha ancora sostituita nessun software.
Cyber Revenge compie trent’anni, e probabilmente nessuno di noi, quell’estate del ’96, avrebbe immaginato che un giorno sarebbe esistito ancora da qualche parte — digitalizzato, su YouTube, commentato da sconosciuti, citato in un podcast, diventato un piccolo CULT insomma. Pensavamo semplicemente di fare un film per finire sul CD di TGM. E forse era proprio quello il bello.
In mezzo al testo di questo articolo trovate Evil Market (sopra), il film da cui tutto è partito nel ’95, l’intervento di Riccardo Maria a Gli Aggiustafilm (a metà), e infine Cyber Revenge (qui sotto). Guardateli con benevolenza: eravamo giovani. E soprattutto quella Uno grigia a cui abbiamo ammaccato e graffiato il tettuccio (per poi tentare maldestramente di sistemarlo) non era la nostra.

