Cosa cambia per un bassista quando la band è un trio. Appunti dalla sala prove dei Vintage Riot.
La chitarra parte con l’assolo, gli accordi lasciano spazio alle frasi e a sostenere l’accompagnamento restano basso e batteria. Fino a un attimo prima il nostro giro sembrava funzionare benissimo… d’un tratto sentiamo il vuoto siderale e ci chiediamo se la band reggerà anche così.
Chi ha suonato in trio probabilmente conosce questa sensazione. Senza una tastiera o una seconda chitarra, il basso ha molto spazio a disposizione e ogni intervento diventa più evidente. Anche quelli che avremmo preferito far passare inosservati.
Per un bassista è una formazione particolarmente gratificante, ma richiede attenzione. Più spazio può invogliare a fare più cose, anche se non sempre è quello che serve al pezzo. La responsabilità, poi, è condivisa: l’equilibrio dipende da tutti e tre.
Basta mettere uno accanto all’altro Cream e Police. Stessa formazione di base: Jack Bruce, Clapton e Baker da una parte, Sting, Summers e Copeland dall’altra. Due idee di band lontanissime, entrambe capaci di farci dimenticare che sul palco ci sono soltanto tre musicisti. È anche questo il bello del trio.
Il suono: grosso sì, ma intelligibile
La prima tentazione è cercare un basso gigantesco. Più basse, più volume, magari un po’ di saturazione. Da soli è una bella soddisfazione; poi entrano gli altri e può capitare che tutto diventi confuso.
Il rapporto con la cassa, i piatti e la chitarra cambia parecchio la percezione del nostro suono. C’è anche il problema opposto: un basso troppo sottile può non dare abbastanza sostegno quando la chitarra lascia l’accompagnamento. L’equilibrio fra corpo, attacco e definizione si trova un po’ alla volta, ascoltandosi insieme.
Fra i miei riferimenti c’è Tommy Shannon con Stevie Ray Vaughan e i Double Trouble. Ho sempre amato quella presenza così solida, anche quando la linea è essenziale. La continuità del groove, la durata delle note e l’incastro con la batteria contribuiscono moltissimo al risultato.
I Police offrono altri spunti, soprattutto per l’uso degli spazi: in certi passaggi le pause partecipano al groove quanto le note. E poi c’è il John Mayer Trio, con Pino Palladino e Steve Jordan, un altro ascolto a cui torno spesso. Tre personalità fortissime, con un dialogo fra gli strumenti che continua a sorprendermi.
Per quanto riguarda lo strumento, nel rock blues mi trovo bene con sonorità vicine al Precision o al Jazz Bass, ma dipende da quello che si cerca con la propria band. Ascoltare come si incontrano i suoni può già suggerire molto, prima ancora di intervenire sull’equalizzatore o pensare a un altro pedale.
Il pezzo non è quello del disco
Portare in trio un brano pensato per quattro, cinque o più persone apre inevitabilmente qualche questione di arrangiamento. Nell’originale possono esserci tastiere, due chitarre, sovraincisioni. Anche conoscendo bene la propria parte, ci si può ritrovare con un risultato diverso da quello immaginato.
Un esempio è Maybe I’m a Leo dei Deep Purple. Certi riff caratterizzano così tanto il pezzo che viene naturale mantenerli. Durante l’assolo, però, l’assenza della tastiera si avverte e cambia il rapporto fra gli strumenti.
In alcuni punti una linea di basso più mobile può aiutare a sottolineare i cambi di accordo. In altri funzionano meglio note più lunghe, che danno continuità all’accompagnamento. Sono possibilità da provare, anche perché una soluzione convincente da soli può comportarsi diversamente con gli altri.
L’arrangiamento prende forma lavorando sulle tre parti. Può essere un intervento della chitarra, una scelta della batteria o una modifica alla linea di basso a far funzionare un passaggio. Non è detto che tocchi sempre a noi aggiungere qualcosa.
Lo stesso ragionamento riguarda le trascrizioni. Studiare la linea originale aiuta a capire il brano e le scelte di chi l’ha suonato. Poi, alle prove, mi viene da chiedermi: funziona anche con noi tre? Riascoltarsi può dare qualche risposta e suggerire dove mantenere, togliere o cambiare qualcosa.
Cantare e suonare: l’incastro tra le parti
Sting, Geddy Lee, Mark King ricoprono il ruolo di voce solista suonando il basso con una naturalezza impressionante. Noi proviamo ad aggiungere un semplice coro alla nostra linea e scopriamo che le due attività non vanno per niente d’accordo.
La voce entra dove il basso non attacca, una sillaba si allunga mentre la mano deve cambiare nota, l’attenzione va all’intonazione e l’accompagnamento perde un po’ di sicurezza. Personalmente è uno degli aspetti su cui sto riprendendo confidenza, e le prove me lo ricordano abbastanza chiaramente.
Un approccio che trovo utile è studiare l’incastro fra la parte vocale e quella di basso. Dopo averle imparate separatamente, unirle lentamente permette di capire dove gli attacchi coincidono e dove le due linee procedono per conto proprio. A volte basta lavorare su una battuta per sciogliere un passaggio che sembrava impossibile.
Può aiutare anche semplificare il basso. Una linea che funziona bene mentre accompagniamo soltanto può diventare impegnativa quando entra la voce. Qualche nota in meno lascia un po’ di attenzione al coro, senza necessariamente impoverire il risultato.
In un trio una seconda voce può dare molto a un ritornello: forza, contrasto, un colore diverso. È una parte dell’arrangiamento a tutti gli effetti e vale la pena dedicarle un po’ di studio, anche fuori dalla sala prove.
Il basso che fa la seconda chitarra
C’è un’altra possibilità che trovo particolarmente divertente. Quando la chitarra mantiene l’accompagnamento, il basso può prendersi per qualche battuta un ruolo più melodico: una risposta alla voce, una frase fra due sezioni, un piccolo intervento che nell’originale apparteneva a un altro strumento.
Avere un po’ di fraseggio a disposizione torna utile anche in queste situazioni. La scelta del registro, la durata delle note e il momento in cui interveniamo possono cambiare parecchio l’effetto di una frase.
Un caso concreto è Wild Horses dei Rolling Stones. In alcuni passaggi, mentre la chitarra accompagna, alcune frasi del basso possono richiamare il ruolo di una seconda chitarra. È una soluzione che sto provando con i Vintage Riot e che mi sta facendo rimettere mano a questo aspetto.
È facile farsi prendere la mano. Una frase può aggiungere qualcosa, mentre qualche intervento di troppo rischia di affollare il passaggio. Anche qui riascoltarsi è utile: mentre suoniamo non sempre abbiamo una percezione chiara dell’insieme.
Trovare un equilibrio
Mettendo in fila tutti questi aspetti, sembra quasi che al bassista tocchi sostenere, riempire, fraseggiare e cantare contemporaneamente. Per fortuna, nella pratica, le cose si distribuiscono fra i musicisti e fra i diversi momenti del brano.
Ci sono passaggi in cui il basso può essere più presente e altri in cui una parte semplice funziona benissimo. Trovare quell’equilibrio richiede qualche prova, un po’ di ascolto e la disponibilità a rivedere anche una soluzione a cui ci eravamo affezionati.
Registrarsi aiuta proprio in questo. Quello che mentre suonavamo sembrava indispensabile può risultare di troppo; una linea essenziale, invece, può rivelarsi più efficace di quanto pensassimo. Sono piccole scoperte che rendono interessante il lavoro in sala.
Nel video che accompagna questo articolo racconto questi aspetti partendo dalle prove con i Vintage Riot, trio rock blues con Fabrizio Dalla Bona alla voce e alla chitarra, Francesco Ciacciarelli alla batteria e il sottoscritto al basso e ai cori. È un ritorno a una formazione che ho sempre amato, con il piacere di ritrovarla e qualche abitudine da rimettere a punto.
Se avete suonato in trio, mi piacerebbe leggere anche le vostre esperienze. Magari abbiamo affrontato le stesse difficoltà e trovato soluzioni diverse.

