Quest’estate ho passato un bel po’ di tempo con due testate della nuova serie UK di Ashdown, la UK-OBM-500 e la UK-RBM-500, abbinate a due cabinet della stessa famiglia: la UK-RBM-115T e la UK-RBM-112T. I video sono usciti sul canale YouTube di Algam EKO, ma qui voglio mettere insieme quello che ho capito provandole, senza limitarmi a raccontare cosa succede nei video.
Non le ho vissute come due varianti della stessa macchina. Piuttosto come due modi diversi di intendere una testata da basso: da una parte l’essenzialità della OBM, dall’altra la maggiore versatilità della RBM.
Ashdown, per molti bassisti, porta subito con sé un immaginario preciso: il VU meter sul pannello frontale, il suono pieno, fisico, british. Un’idea di amplificazione pensata più per il palco che per la vetrina. Con la serie UK il marchio riporta questa identità dentro prodotti costruiti nel Regno Unito, più leggeri e attuali nell’uso. La OBM-500 (Original Bass Magnifier) è una testata da 500 watt di potenza, disponibile anche nella variante 300 watt; la RBM-500 (Rootmaster Bass Magnifier) è sempre 500 watt, ma con una dotazione decisamente più ampia, disponibile anche a 800 watt.
UK-OBM-500: pochi controlli, punto
La OBM è la più essenziale delle due. Ingresso, selezione passive/active, Shape, EQ a cinque bande, DI, loop effetti, volume. Fine.
Solo amplificazione di livello, niente fronzoli. La domanda giusta, quindi, non è “quante funzioni ha”, ma un’altra: con la sua essenzialità riesce a restituire un suono credibile e riconoscibile? La risposta è: assolutamente sì.
Nelle prove sono partito da suono flat, poi Shape, poi EQ. Una testata così vive o muore sul carattere di base. Se il punto di partenza funziona, il resto è rifinitura. Se non convince, non hai molto dietro cui nasconderti.
Ed è questo il lato interessante della OBM: non ti invita a perdere mezz’ora a cercare il suono. Ti dice: collega il basso, regola l’ingresso, decidi se usare lo Shape, muovi l’EQ quanto basta, e suona.
UK-RBM-500: più corpo, più controllo
La RBM parte da un’idea diversa. È sempre compatta e costruita in UK, ma un filo più grande e pesante della OBM, coerente con una dotazione che cambia sostanzialmente: Shape, EQ a cinque bande, compressore, drive, Sub-Harmonic Generator, Line In, uscita cuffie, e una sezione di Analogue Cab Sim sulla DI. Ashdown la presenta come pensata per live, recording e front-of-house insieme.
Sarebbe riduttivo dire “è quella con più effetti”. Compressore, drive e sub sono importanti, ma non è lì che sta il punto centrale.
La cosa più attuale, secondo me, è la DI con simulazione analogica di cassa. Oggi la DI non è più solo “l’uscita per andare al banco”: in molte situazioni è il suono che arriva davvero al pubblico, al fonico, agli in-ear o alla registrazione. Poter scegliere tra una DI classica e una che si comporta come un cabinet reale non è un dettaglio da scheda tecnica, è una funzione che si usa.
Sulla RBM si sceglie tra cassa ported o sealed (reflex o chiusa), tra speaker da 10″ o 15″, con horn inserito o escluso. Non IR digitali, non software: simulazione analogica integrata nella testata.
Le casse: 15″ sotto, 12″ sopra
Per entrambe le prove ho usato lo stesso stack: UK-RBM-115T sotto, UK-RBM-112T sopra.
La 115T è una 1×15 da 300 watt a 8 ohm con speaker Sica NEO e tweeter regolabile; la 112T è una 1×12, sempre 300 watt a 8 ohm, speaker Sica NEO da 12″ e tweeter regolabile. L’idea era semplice: il 15″ per corpo e profondità, il 12″ per attacco e definizione. Non due casse isolate, ma due parti dello stesso rig.
Anche la ripresa ha seguito questa logica: due Shure Nexadyne. Sulla 15″ ho usato l’NXN2, pensato per grancassa e quindi tarato su basse frequenze profonde e attacco; sulla 12″ l’NXN5, il modello per ampli, più adatto a restituire definizione e medie senza sporcare il segnale. Più la DI della testata. Stesso setup per entrambe le prove, per poter lavorare su un blend tra microfonato e segnale diretto senza variabili in mezzo.
Quale delle due
Non è solo una questione di dotazione: la RBM è anche fisicamente un po’ più grande e pesante della OBM, pur restando entrambe compatte, entrambe da 500 watt, entrambe dentro la stessa produzione UK. La differenza vera sta in cosa ti chiedono di fare.
La OBM è per chi vuole immediatezza: pochi controlli, meno margine per perdersi, l’idea del “collego e suono”.
La RBM è per chi vuole più strumenti a disposizione — non necessariamente più complicazione, ma compressore, drive (con emulazione di suono valvolare), sub, DI con cab sim, cuffie, Line In. È la scelta di chi vuole modellare il segnale e adattarsi a contesti diversi, specialmente oggi che il suono in DI conta quanto, se non più, di quello che esce dalla cassa.
Non c’è una risposta giusta in assoluto. C’è chi preferisce avere davanti poche cose e arrivare subito al punto, e chi vuole una testata compatta ma con più leve da tirare.
Una fase nuova per Ashdown
Queste due prove raccontano una fase precisa del marchio. Ashdown non sta solo riproponendo un’estetica storica: sta portando parte del proprio carattere dentro formati più gestibili — compatti, leggeri, ma ancora legati a quell’idea di basso presente e fisico.
La OBM lo fa togliendo il superfluo. La RBM lo fa aggiungendo strumenti moderni dentro una logica ancora molto analogica.
Due risposte diverse alla stessa domanda: come può suonare oggi Ashdown, dentro un rig compatto costruito in UK. Qui di seguito trovi i due video. Buona visione!

