Il biopic su Michael Jackson mi è piaciuto molto. Lo dico subito, perché non mi interessa fare il gioco un po’ sterile del “sì però manca questo, sì però manca quello”. Un film non può contenere tutto, soprattutto quando prova a raccontare una figura gigantesca, piena di musica, immagini, contraddizioni, ferite, mito e memoria pubblica. E infatti il film sta facendo quello che ci si poteva aspettare da un evento del genere: ha riportato la musica di Michael al centro dell’attenzione, con un aumento fortissimo degli ascolti e un ritorno importante anche del catalogo dei Jackson 5. Nel Regno Unito, per esempio, The Essential Michael Jackson è tornato al numero uno della classifica album per la prima volta dopo diciassette anni, spinto proprio dall’uscita del film.
Però, guardandolo, mi è rimasto addosso un pensiero laterale. Il film racconta i Jackson 5, certo. Non li cancella. Anzi, li mostra dentro una parte molto dura della storia: la pressione, la disciplina, il controllo, la violenza del padre, quel modo quasi militare di costruire uno spettacolo addosso a ragazzi giovanissimi. E questa parte non va addolcita, perché appartiene alla storia. Però mi sembra che, proprio per la necessità di correre verso Michael, verso il suo destino solista, verso la figura che tutti siamo entrati in sala a cercare, i Jackson 5 rischino di restare soprattutto quello: il contesto difficile, il laboratorio traumatico, l’origine dolorosa del mito.
E invece prima di Michael Jackson c’erano i Jackson 5. Non era una premessa.
Questa frase, più ci penso, più mi sembra il vero punto. Perché i Jackson 5 non sono soltanto “il prima” di Michael. Sono il luogo in cui una parte enorme del suo linguaggio prende forma. La voce, il rapporto con il ritmo, il modo di stare sul palco, la capacità di trasformare una canzone in presenza fisica, il dialogo continuo tra canto, movimento e pubblico. Prima del Michael solista, prima dell’icona irraggiungibile, c’era un bambino dentro un gruppo di fratelli. C’era una macchina vocale, scenica, familiare, televisiva. C’era una band.
E questa cosa cambia lo sguardo. Perché quando una leggenda diventa così grande, tendiamo a guardarla come se fosse nata già compiuta. Vediamo il risultato finale, il volto illuminato, il gesto diventato simbolo, la figura che riassume tutto. Ma quasi mai un mito nasce da solo. Nasce dentro un sistema, dentro una rete di persone, dentro un equilibrio che poi la memoria semplifica. E nel caso di Michael Jackson, quella rete aveva anche il volto dei suoi fratelli.
Dentro questa storia c’è poi un dettaglio quasi cinematografico: a far rivivere Michael nel film è Jaafar Jackson, figlio di Jermaine. Non un attore qualsiasi, quindi, ma qualcuno che arriva da quella stessa linea familiare. Jaafar interpreta suo zio Michael, ma porta inevitabilmente con sé anche l’eredità del padre, Jermaine, che nei Jackson 5 non era una figura qualunque. Era il bassista del gruppo, ed era anche una delle sue voci principali, spesso chiamato a sostenere e a condividere la parte vocale con Michael, mentre suonava linee tutt’altro che semplici!
Se allarghiamo lo sguardo allo studio, la storia diventa ancora più complessa. Nei dischi Motown non sempre chi vedevi sul palco era chi registrava le parti in studio. Una linea come quella di I Want You Back viene generalmente attribuita a Wilton Felder, musicista enorme, saxofonista, bassista, polistrumentista, legato ai Crusaders. Su brani come Darling Dear entra invece in gioco quel gigante di James Jamerson. Ma questo, per me, non toglie nulla ai Jackson 5. Anzi, rende la loro storia ancora più interessante, perché mostra quanto fosse stratificata: famiglia, palco, studio, industria, turnisti, arrangiatori, televisione, coreografie, disciplina. E poi sfiderei chiunque oggi, a suonare una linea di basso come quella di Darling Dear mentre balla e canta… follia!
Il punto non è dire che il film sbagli a mettere Michael al centro. Sarebbe ridicolo. Michael è il centro del film, e probabilmente non poteva che essere così. Il punto è un altro: ogni volta che raccontiamo una leggenda musicale, rischiamo di dimenticare tutto quello che l’ha resa possibile. A volte ricordiamo solo il trauma, a volte solo il mito. Ma in mezzo c’è una zona più viva e più complicata, fatta di persone reali, di gruppi, di corpi sul palco, di fratelli che provano, cantano, sbagliano, imparano, tengono insieme uno spettacolo prima ancora che il mondo capisca cosa sta guardando.
Per questo mi interessa tornare ai Jackson 5. Non per nostalgia, non per fare revisionismo, non per togliere luce a Michael. Semmai il contrario. Guardare meglio ciò che c’era intorno a lui rende Michael ancora più interessante, perché ci ricorda che anche una figura così irripetibile è nata dentro qualcosa. Dentro una famiglia difficile, certo. Dentro una pressione enorme, certo. Ma anche dentro una forma musicale collettiva che ha preparato il terreno al mito.
Forse è questo che mi ha colpito di più. Il film ci riporta Michael sullo schermo, e Jaafar Jackson lo fa rivivere con una forza sorprendente. Ma proprio attraverso Jaafar, figlio di Jermaine, quella storia sembra passare di nuovo dai Jackson 5. Come se, per raccontare davvero Michael, anche solo per un attimo, dovessimo tornare lì. A quei fratelli. A quel palco. A quella macchina giovane, durissima, luminosa e piena di contraddizioni.
Prima di Michael c’erano i Jackson 5, e forse dovremmo ricordarcelo di più!


