Nel Mondo dal Basso Talk ci sono conversazioni più riflessive, altre più tecniche, altre ancora più legate al percorso personale degli ospiti. Poi ci sono quelle in cui, semplicemente, succede qualcosa: vengono fuori aneddoti, si entra nel dietro le quinte, caratteri, ruoli, piccoli imprevisti, e alla fine, tra una risata e l’altra, il tempo scorre veloce e capisci un po’ meglio cosa c’è davvero dietro un progetto musicale di successo; la diretta con Le Swingeresse è stata una di queste.
Siamo partiti dallo swing, dagli arrangiamenti, dall’immaginario anni ’50, ma abbastanza presto la conversazione si è allargata, perché dietro questo quintetto tutto al femminile, attivo dal 2018, non c’è solo un repertorio. C’è una piccola macchina creativa, musicale e organizzativa, costruita nel tempo con molta più cura di quanto possa sembrare a prima vista.
Le Swingeresse nascono nel 2018 e oggi sono formate da cinque elementi: Daniela Belleudi, Cinzia Zanellato e Rossana Canta alle voci, Francesca Bartoli al pianoforte, Susanna Terreri alla batteria. Ma questa è solo la formazione… per capire davvero il progetto bisogna guardare a quello che succede intorno alla musica: l’immagine, il palco, il rapporto con il pubblico, il modo in cui ogni brano viene trasformato e portato dentro un mondo molto riconoscibile.
Il punto di partenza è lo swing, certo. Però ridurle a “gruppo swing al femminile” sarebbe poco. Il loro lavoro consiste nel prendere brani dagli anni Trenta fino a oggi, anche molto lontani da quel linguaggio, e portarli dentro una chiave vintage swing, con un lavoro molto curato sulle voci e sulle armonizzazioni. Non c’è una divisione rigida dei ruoli vocali: non sempre una fa la lead, una il controcanto, una la terza. Molto nasce dall’ascolto reciproco, dal provare, dallo scambiarsi parti, dal capire quale linea funziona meglio su quel brano. È un processo meno schematico di quanto si potrebbe immaginare, e forse proprio per questo funziona.
Poi c’è la parte scenica, che è un grande pezzo del progetto. Abiti, acconciature, colori, siparietti, battute, rapporto diretto con il pubblico. Nei loro live non c’è soltanto l’esecuzione di un repertorio, ma uno spettacolo vero, costruito e allo stesso tempo aperto all’imprevisto. Durante la diretta raccontavano di aver provato, negli anni, a scrivere dei copioni per i momenti parlati, salvo poi rendersi conto che non funzionavano. La parte migliore nasce spesso sul momento, nel dialogo con il pubblico, negli inciampi, nelle risposte improvvise. È lì che il concerto smette di essere solo concerto e diventa relazione.
Un altro aspetto molto interessante di questo progetto è che non si tratta soltanto di cinque musiciste che suonano insieme, ma di cinque persone che hanno imparato a far funzionare una piccola macchina creativa indipendente. Cinzia cura grafica, immagine e social, Francesca gestisce contatti, aspetti tecnici e burocrazia, Daniela lavora molto sulla parte scenica e sugli abiti, Rossana porta una componente più istintiva e imprevedibile, mentre Susanna, arrivata più avanti, ha dato al gruppo quella spinta ritmica che mancava alla formazione iniziale. E intorno a tutto questo c’è il lavoro che spesso non si vede: prove, ingaggi, trasferte, costumi, contenuti, richieste tecniche. Tutte cose che fanno la differenza tra “fare qualche serata” e costruire davvero un progetto.

Durante la chiacchierata è emersa anche una distinzione importante tra immagine e sostanza. Il look anni ’50, la cura visiva, il fatto di essere una band tutta al femminile attirano subito l’attenzione. Loro ne sono consapevoli. Ma attirare l’attenzione è solo il primo passo. Poi bisogna tenerla, e lì entrano in gioco gli arrangiamenti, la qualità vocale, la presenza scenica, la capacità di stare dentro contesti diversi senza perdere identità.
Un altro tema forte è quello della riconoscibilità. Le Swingeresse hanno scelto una strada precisa: non essere una cover band generica, ma un progetto capace di rileggere materiali diversi attraverso una grammatica propria. È qui che il lavoro diventa più creativo. Prendere un brano moderno, magari pop o dance, e chiedersi se può “invecchiare bene”, se può assumere un sapore retrò senza diventare una parodia, richiede gusto. Non tutto funziona. Alcuni esperimenti vengono messi da parte. Altri invece entrano nel repertorio e acquistano una vita nuova.
C’è poi il rapporto con la televisione, che nella loro storia ha avuto un peso importante, ma che non è stato raccontato come un punto d’arrivo mitologico. Piuttosto come una parte del percorso. La TV richiede prontezza, precisione, capacità di adattarsi, perché spesso bisogna reagire a cambi di tonalità, ospiti, situazioni impreviste, tempi stretti. Però il live resta un’altra cosa. Nel live c’è il pubblico davanti, c’è la reazione immediata, c’è la possibilità di costruire un rapporto vero con chi ascolta. Ed è lì, probabilmente, che Le Swingeresse mostrano meglio la loro natura.
Mi è piaciuto anche il modo in cui parlano del lavoro indipendente. Non lo romanticizzano troppo. Sanno bene che sarebbe comodo avere un’agenzia, una struttura, qualcuno che si occupi di tutto. Però sanno anche che questa autonomia ha permesso loro di restare fedeli alla propria identità. È un equilibrio faticoso, ma molto concreto. E forse è proprio questa concretezza a rendere il progetto credibile: dietro l’estetica leggera, i pois, le battute e le armonizzazioni, c’è un lavoro molto serio.
Alla fine, Le Swingeresse raccontano una cosa che riguarda tanti musicisti e creativi di oggi: non basta saper fare bene una cosa. Bisogna anche capire che forma darle, come presentarla, come renderla leggibile, come farla arrivare alle persone giuste senza snaturarla. Nel loro caso, questa forma passa attraverso lo swing, il vintage, le voci, il palco, l’ironia e una gestione autonoma ma professionale del progetto.
A questo punto non mi resta che invitarvi a guardare la diretta se ve la siete persa… fatelo perché merita davvero. Buona visione e alla prossima!

